In un mondo che si riarma ma non può ignorare la transizione energetica, misurare la sostenibilità IT non è un costo, è un investimento che abbassa il costo del credito. In questo articolo spieghiamo come gli impatti IT sono entrati nei rating bancari e quali strumenti concreti permettono di trasformare la misurazione in leva finanziaria.
Con le guerre alle porte e la resilienza diventata una priorità strategica, gli investimenti IT si sono spostati verso la sicurezza nazionale, l’autonomia strategica e la continuità operativa. In questo contesto, molti pensano che la sostenibilità IT sia un lusso che non possiamo più permetterci. In realtà, oggi pesa più di prima, perché è entrata direttamente nei rating di rischio bancario.
Non come ideale, ma come misura di quanto un’azienda sappia governare i propri rischi ambientali – in particolare quelli legati all’IT come i consumi energetici di data center e cloud, le emissioni indirette da servizi digitali, la gestione del ciclo di vita dell’hardware.
Le banche guardano sempre di più alla capacità di controllare il trade-off tra costo e CO₂, soprattutto in ambiti ad alta intensità tecnologica. Chi non misura questi impatti espone l’azienda a rischi di transizione non governati: l’aumento delle carbon tax, l’obsolescenza di infrastrutture inefficienti, la perdita di accesso a capitali “verdi” e l’esclusione da gare con criteri ESG. Chi invece li misura e li gestisce dimostra controllo, disciplina e affidabilità finanziaria – esattamente ciò che le banche cercano per ridurre il rischio percepito e migliorare le condizioni di credito
Negli ultimi anni la sostenibilità è uscita dal perimetro della Corporate Social Responsibility per entrare in quello del risk management e della valutazione creditizia. Questo cambio non è ideologico ma strutturale ed è guidato da tre fattori:
Le agenzie di rating (S&P, Moody’s, Fitch) e le banche hanno integrato i fattori ESG nei modelli di valutazione del rischio. Non per idealismo, ma perché eventi climatici, normative sulla transizione energetica e rischi reputazionali hanno impatti materiali sui bilanci. Uno studio del 2025 su 106 banche europee quotate ha confermato che i fattori ambientali esercitano un’influenza significativa sui rating creditizi di tutte e tre le principali agenzie, dimostrando che l’ESG è ormai parte strutturale delle metodologie di valutazione del rischio.
Un’azienda con alta esposizione al carbonio e scarsa capacità di adattamento diventa oggettivamente più rischiosa da finanziare: costi operativi esposti alla volatilità energetica, infrastrutture a rischio obsolescenza, competitività minacciata. Per le banche significa rischio maggiore e quindi spread più alti.
Con la CSRD (Corporate Sustainability Reporting Directive) e la tassonomia UE, la rendicontazione degli impatti ambientali è diventata obbligatoria per migliaia di imprese europee. Chi non misura e comunica questi dati si trova fuori dai radar degli investitori istituzionali: fondi pensione, asset manager e banche centrali con mandati ESG non possono investire in aziende senza disclosure credibile.
Il risultato? Spread più alti, accesso limitato ai capitali, esclusione da green bonds e sustainability-linked loans, prestiti il cui tasso di interesse si riduce al raggiungimento di target ESG verificabili.
Le banche distinguono tra rischi fisici (danni da eventi climatici) e rischi di transizione (obsolescenza di asset, costi normativi crescenti, perdita di competitività nel passaggio a un’economia low-carbon). Secondo l’IEEFA (Institute for Energy Economics and Financial Analysis), i punteggi ESG delle agenzie di rating servono a rendere più trasparente come questi rischi influenzano le valutazioni creditizie, e la pressione verso il net zero sta già abbassando molti rating esistenti.
Un’azienda che dimostra di saper misurare, prevedere e mitigare questi rischi riduce il proprio profilo di rischio e ottiene condizioni di credito migliori. Chi li ignora accumula esposizioni che si tradurranno in costi concreti.
e la sostenibilità IT è diventata un parametro di valutazione creditizia, la sua misurazione resta una sfida complessa. La CSRD obbliga a rendicontare le emissioni IT in due ambiti – Scope 2 (consumi energetici di data center interni) e Scope 3 (emissioni da cloud, hardware e e-waste) – con dati misurati, verificati e pubblicati secondo standard uniformi.
Ma l’infrastruttura IT moderna—ibrida, distribuita, multi-cloud—rende difficile avere una visibilità coerente. Nei data center interni servono strumenti granulari per tracciare i consumi energetici, le emissioni e il ciclo di vita di ogni singolo asset fisico: server obsoleti, storage sottoutilizzati, apparati di rete energivori continuano a operare senza controllo. Molte aziende vedono solo la bolletta totale senza sapere quali hardware generano più CO₂ o sono prossimi alla dismissione.
Sul cloud la situazione peggiora: AWS, Azure, Google Cloud usano metriche diverse, tassonomie proprietarie, report non comparabili. Il CFO vede costi frammentati, il sustainability manager non aggrega le emissioni, le banche ricevono dati incoerenti.
Anche quando i dati esistono, manca la capacità di governare il trade-off tra costo e CO₂. Prendiamo un caso concreto che si ripete frequentemente nelle aziende europee: la scelta della region cloud per un nuovo deployment.
Ad esempio, una region AWS in Germania potrebbe costare €9.000 al mese e generare 11 tonnellate di CO₂. Una region in Francia potrebbe costare €11.000 al mese ma ne generare solo 9 tonnellate di CO₂, grazie al mix energetico prevalentemente nucleare e rinnovabile. Senza strumenti integrati che mostrano entrambe le metriche, l’azienda sceglie la Germania per risparmiare €2.000 al mese. Una decisione apparentemente razionale, ma che accumula rischi di transizione: quando arriveranno carbon tax più alte (già previste nell’ETS europeo), quando gli audit CSRD diventeranno più stringenti, quando le condizioni dei sustainability-linked loans richiederanno target più ambiziosi, quel risparmio iniziale si trasformerà in costi di migrazione urgenti, peggioramento del rating ESG e spread bancari più alti.
Un altro esempio comune: un’istanza cloud sovradimensionata potrebbe costare €5.000 al mese, generare 6 tonnellate di CO₂ e operare con un utilizzo CPU del 30%. Ottimizzandola (rightsizing) si potrebbe scendere a €3.500 al mese e 4 tonnellate di CO₂, mantenendo le stesse performance. Ma senza visibilità congiunta su costo ed emissioni, questa opportunità resta invisibile.
Senza strumenti che integrino FinOps (la governance dei costi cloud) e GreenOps (misurazione e riduzione dell’impronta carbonica IT), il trade-off resta non governato e per le banche, rischio non misurato significa rischio maggiore.
Secondo il Flexera 2026 IT Priorities Report, il 94% degli IT leader considera la sostenibilità IT una priorità in crescita, mentre l’87% riconosce che la propria organizzazione deve migliorare le pratiche di sostenibilità. Questo gap tra consapevolezza e capacità operativa evidenzia un problema strutturale: i team di sostenibilità hanno bisogno di dati granulari e facilmente accessibili, ma spesso questi dati sono dispersi senza strumenti comuni per aggregarli e interpretarli.
WEGG – The Impact Factory risponde a questo problema con un approccio che integra tecnologie e cultura organizzativa.
Siamo partner Flexera, vendor riconosciuto per la sua Technology Intelligence, in grado di offrire una visione a 360° sui consumi dell’intera infrastruttura IT grazie a due tecnologie avanzate:
– IT Visibility per l’on-premise
ITV fornisce un inventario completo e automatizzato di tutti gli asset IT fisici e virtuali dell’infrastruttura on-premise: server, storage, dispositivi di rete, con dettagli su configurazioni, consumi energetici, ciclo di vita e distribuzione geografica. Grazie all’integrazione con Technopedia – un database che contiene specifiche tecniche e ambientali di milioni di prodotti hardware – IT Visibility calcola una sustainability baseline, quantificando l’impronta carbonica degli asset on-premise, identificando quelli più energivori e fornendo i dati granulari necessari per la rendicontazione CSRD e per dimostrare controllo sugli impatti alle banche.
Un esempio concreto: un server di 10 anni consuma tipicamente €500 al mese in energia elettrica, genera 3 tonnellate di CO₂ e presenta frequenti downtime che impattano la produttività. Sostituirlo con hardware energy-efficient moderno richiede un investimento di €1.200 di capex ammortizzato, ma riduce i consumi a €200 al mese e le emissioni a 1 tonnellata di CO₂. Il ROI? Quattro mesi dopo si ottiene un risparmio netto continuo più la riduzione drastica del rischio di obsolescenza. Ma senza IT Visibility, quel server resta operativo a bruciare risorse ed emissioni, invisibile nei report CSRD e nelle valutazioni bancarie.
– Cloud Cost Optimization per il multi-cloud
CCO aggrega e normalizza i dati di spesa e consumo da tutti i principali cloud provider—AWS, Azure, Google Cloud—in un unico framework comparabile. Non si limita a tracciare i costi, ma calcola anche le emissioni associate a ogni servizio cloud, fornendo visibilità granulare per workload, progetto e business unit. Questo permette di identificare le opportunità di ottimizzazione sia economica che ambientale: region a bassa intensità carbonica, rightsizing delle istanze, ottimizzazione dello storage.
Ma le tecnologie da sole non bastano: servono processi strutturati di raccolta dati e, soprattutto per il cloud, una cultura FinOps trasversale all’intera azienda. FinOps non serve solo a ottimizzare i costi operativi, ma a supportare decisioni strategiche: scelta delle region più sostenibili, pianificazione dei commitment (reserved instances, savings plans), trade-off tra performance e impatto ambientale.
WEGG promuove attivamente questa cultura attraverso la costruzione di un Center of Excellence (CoE) FinOps trasversale, che coinvolge IT, Engineering, finance, sustainability e business unit. Implementando tecnologie e processi adeguati, tutte le figure chiave – compreso il sustainability manager e il CFO – ottengono visibilità condivisa su costi ed emissioni, permettendo decisioni data-driven che riducono il rischio percepito dalle banche e migliorano l’accesso al capitale.
In sintesi: in un mondo che si riarma ma non può ignorare la transizione energetica, misurare la sostenibilità IT non è un costo, è un investimento che abbassa il costo del credito. Chi lo fa oggi costruisce resilienza, accede a capitali privilegiati e dimostra controllo del rischio. Chi lo ignora accumula esposizioni invisibili che domani si tradurranno in spread più alti, esclusione da gare e opportunità perse.
La misurazione trasforma emissioni invisibili in dati che le banche prezzano, rischi nascosti in metriche che gli investitori valutano. Ecco perché, anche in tempi di guerra, la sostenibilità continua a pagare, non solo per etica.
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